lunedì 20 luglio 2015

Un nuovo modo di condividere, le interviste...si comincia con Silvana Piatti, grafologa ed esperta della scrittura

Carissimi,

era da tempo che mi riproponevo di fare questo salto di qualità e variare un po' nella linea editoriale di questo blog. 

Finalmente il grande giorno è arrivato. Dopo un lungo lavoro di semina, eccomi qui ad annunciarvi di cosa si tratta e le sorprese che vi riserverò.

Con questo post, infatti, prendono il largo una serie di chiacchierate, interviste, scambi di idee (chiamatele un po' come preferite...) con persone dai più diversi percorsi formativi e le cui attività hanno molto a che fare con la scrittura, la narrazione e la salute.


Insomma, ho provato a dare in pasto quello che è l'insieme delle tematiche di questo blog a persone che credono nell'utilizzo di questi strumenti e ne fanno uso regolarmente nella loro quotidiano, sicuro che mi avrebber restituito dei punti di vista interessanti. E le sorprese non sono mancate...


La prima conversazione che vi ripropongo è quella avuta con Silvana Piatti, grafologa ed esperta di scrittura diplomata presso l'ISFES (Istituto Superiore di Formazione Esperti Scrittura) dove ha studiato psicologia della scrittura e si è specializzata in rieducazione delle disgrafie dell'età evolutiva. 

Pur avendo due background distinti, abbiamo scoperto sin da quando ci siamo conosciuti, su quante cose fossimo in sintonia.

Non voglio togliervi, però, tempo e spazio alla lettura, per cui vi auguro buon proseguimento e arrivederci alla prossima puntata!






Cara Silvana, grazie di aver accettato il mio invito a parlare di scrittura, un argomento che riguarda molto da vicino quella che è l’attività di Fuzzy Project, le idee attorno alle quali questa si sviluppa ed è, nello stesso tempo, un territorio di cui non si conosce bene la complessità.

L'aspetto che spesso sfugge (o è volontariamente ignorato), è la capacità di questo gesto con cui si prende confidenza da piccoli (per poi considerarlo come qualcosa di automatico per il resto della propria vita), di essere lo specchio di ciò che siamo in ciascuna fase della nostra esistenza.

Pensando proprio a questa sfaccettatura, mi torna in mente un breve discorso che facesti durante un evento cui io ho partecipato. Parlasti, infatti, di alcuni legami che l’atto dello scrivere ha con la nostra natura di esseri umani, le nostre reazioni inconsce/istintuali e con il nostro modo di comportarci. 

Avendo una formazione specifica per quanto riguarda la scrittura, cosa hai inteso dire con queste espressioni (che riporto testualmente)?

“la scrittura è un documento psicologico” 

“la scrittura è l’illustrazione di un passaggio interiore, dove i simboli sono i mezzi attraverso cui l’inconscio entra nella sfera della coscienza” 

(citazione di Ania Teillard)

S: La scrittura può essere considerata un “documento psicologico”, in quanto assolve a queste tre fondamentali funzioni:
1.  esprimere un concetto, un’idea;
2.  assolvere ad un’esigenza comunicativa;
3.  rappresentare la personalità di chi l’ha prodotta.

Inoltre, la scrittura è il frutto di un’azione motoria che, una volta appresa ed automatizzata, non richiede più l’attenzione volontaria alla forma, bensì al contenuto. 
Questo suo discostarsi dai modelli ricevuti, porta ad una sua naturale personalizzazione (non esiste una grafia uguale a un’altra, così come ogni individuo è unico nelle sue intrinseche specificità). 
Questo processo, però, è la conseguenza di atti motori consci ed inconsci che passano attraverso la scelta dello stile grafico, della modalità a noi più funzionale. 
Quelli che sono i tratti rappresentativi della nostra base biotipologica (ovvero l’insieme delle caratteristiche somatiche, fisiologiche e psichiche) e delle nostre risposte emotive, invece, sfuggono al nostro controllo razionale.

Prendendo spunto da ciò che hai appena detto, scrivere inteso come atto pratico è una forma di comunicazione con gli altri e, gioco forza, tende ad essere un terreno comune all’interno del quale ci muoviamo con confidenza perché l’abbiamo imparato molto presto per necessità (ad esempio, organizzare i pensieri). Volendo spingersi un po’ oltre, perché si dice che sia un’attività che può anche far bene all’anima?

S: Ogni attività ha un'influenza sul nostro umore, la lettura e la scrittura sicuramente hanno un ruolo fondamentale in questo senso; non solo attivano le nostre facoltà immaginative, ma vanno a stimolare tutte le aree cerebrali coinvolte nel processo di letto-scrittura. Come tu ben saprai avendo studiato neuroscienze, i circuiti nervosi sono come le piante: se sono bagnate, continuano a fiorire (sviluppando sempre nuovi contatti sinaptici), diversamente, pian piano muoiono con conseguenze apparentemente inesistenti, ma in grado condizionare seriamente il nostro modo di vivere.

In questo senso ci tenevo a segnalare quella che sembra essere l’emergenza sociale del momento. Le mie esperienze di lavoro, mi portano sempre più conferme di come la nostra società stia vivendo un progressivo allontanamento dalla scrittura manuale con tutti i problemi che ne derivano per le nuove generazioni. Recenti dati evidenziano, infatti, come le scuole si stanno riempiendo di bambini con disgrafie (problemi di scrittura).

Una delle tante valenze della scrittura è quella terapeutica, sia nei percorsi riabilitativi dei disturbi derivanti da traumi (vedi sopra) sia per il miglioramento di scritture che non rispondano alle esigenze dell’autore della grafia (“non mi piace come scrivo”, “non mi identifico in come scrivo”, “ritengo di scrivere male”, “mi sento a disagio nella comunicazione scritta perché la ritengo inadeguata o illeggibile per gli altri”, etc…)

Ciò che ci differenzia l’uno dall’altro può essere lo stile. Esso, però, dovrebbe essere considerato sia a livello di contenuti sia per la componente estetica, non credi?

S: Scrivere (come atto motorio) fa innegabilmente bene per i motivi che abbiamo elencato prima, ma attenzione al fatto che non vi è alcuna correlazione tra lato contenutistico ed estetico. 
Inteso in senso letterario, ha sicuramente delle valenze che non sono, però, oggetto specifico della materia grafologica. Può rivelarsi sicuramente un modo per esprimere la propria personalità, perché ogni narrazione (sia essa romanzo, testo/opera teatrale, poesia, etc.) contiene sempre qualcosa di autobiografico o in grado di proiettare la personalità di chi l'ha scritto. 
Non a caso, la scrittura è usata come strumento per potenziare la creatività e le altre abilità mentali, ma per comprendere la persona che c’è dietro lo scritto ai fini rieducativi, l'analisi deve riguardare solo ed esclusivamente il gesto non considerando il contenuto.

Da qui nasce un’ulteriore curiosità: le differenze tra una grafia e l’altra come e in cosa rispecchiano quelle tra le persone che le hanno elaborate?

S: Le differenze tra una grafia e l’altra rappresentano proprio l’unicità di ogni individuo, così come non esistono due individui morfologicamente uguali (simili si, perfettamente uguali mai). 
Se per la definizione di personalità, continuamente rivista nel tempo, non esiste una visione univoca in merito, la grafologia può dare una notevole mano all'elaborazione di un profilo di personalità in cui si parte dalla costituzione biotipologica dell’individuo (tipo sanguigno, linfatico, nervoso, bilioso, anche se non ne esiste uno “puro” connotato da un fattore unico, ma da un mix in cui un fattore prevale sull’altro) per poi affiancarvi gli aspetti caratteriali derivanti da ambiente, vissuto, condizionamenti, esperienze, modalità relazionali e di comportamento che la persona ha nell’ambiente in cui vive.

Un’altra serie di considerazioni che hai fatto nel tuo intervento, hanno riguardato il meccanismo fisiologico, ovvero quella serie di attività complesse che portano un impulso che nasce nel cervello ad essere tradotto in un gesto di cui sono protagoniste le mani. Da cosa può essere influenzata l’evoluzione della grafia nella vita di una persona?

S: la scrittura cambia con noi con il passare del tempo, per fattori organici, come conseguenza delle nostre esperienze e delle modalità comportamentali a cui ho accennato prima. Insomma, è una sorta di vera e propria evoluzione, che ci accompagna attraverso le tappe di tutta la nostra vita. 
Solitamente, le variazioni sono graduali, a volte impercettibili per i non addetti ai lavori, e solo a fronte di importanti traumi o fisici o psichici le differenze diventano evidenti. 
Molti aspetti, apparentemente ininfluenti, possono influenzare il gesto grafico: l’ora in cui scriviamo, la temperatura dell’ambiente, le eventuali sostanze assunte e di cui non conosciamo la capacità di alterare il sistema nervoso centrale o, molto più semplicemente, la nostra condizione emotiva.

Possiamo dire che la grafoanalisi permette di scoprire i tratti più esterni della nostra personalità e le ragioni profonde per cui essa può cambiare nel tempo?

S: la grafoanalisi osserva e rileva tali variazioni (la serata a cui hai partecipato serviva proprio a questo e ti assicuro che il risultato che abbiamo avuto e su cui stiamo lavorando con l’intento di produrre una ricerca scientifica attendibile sta dando risultati sorprendenti). 
A volte si può arrivare anche a individuare i motivi di questi cambiamenti ma, come tutti gli strumenti, l'analisi ha e si pone dei limiti. 
Questi ultimi possono essere anche etici, perché l’animo umano deve restare insondabile, le parti più intime devono restare inaccessibili ad ogni sorta di indagine e...meno male che è così!

Le modalità con cui reagiamo agli stimoli esterni viene genericamente detta “agire d’istinto” oppure “seguire il cuore e non la mente”. Come fanno le sensazioni a diventare la guida per affrontare le situazioni difficili facendoci sentire naturalmente pronti a reagire?

S: Noi possediamo una mente razionale ed una emozionale che ci porta a pensare con il cuore, a volte scegliamo con quale operare, a volte no, ma esiste sicuramente una modalità preferita e questa è rilevabile dalla scrittura, può variare a seconda dei contesti e delle motivazioni, che sono poi le vere responsabili delle nostre azioni.

Attraverso quali dinamiche ciò che sperimentiamo e viviamo quotidianamente lascia una traccia dentro di noi per poi manifestarsi nei gesti e nelle parole dette e/o scritte?

S: La soglia di ricezione agli stimoli è diversa per ciascuno di noi. Parlando di percezioni entrano in gioco le funzioni Junghiane (Sensazione, Sentimento, Pensiero, Intuizione) e, come per la biotipologia di base, non esiste un individuo connotato da una tendenza a rappresentarsi la realtà con una sola funzione, ma attraverso un mix in cui ci sarà una funzione dominante e le altre in appoggio. 
Più un individuo utilizza tali funzioni in modo combinato e variato e più presenterà modalità psichiche differenziate, una personalità ben integrata e si rivelerà un soggetto capace di operare nelle diverse contingenze.


In sintesi, stabilire come le dinamiche delle esperienze e del vissuto lascino tracce dentro di noi riporta a quanto appena detto nella risposta precedente. Ogni individuo è una storia a sé, come ogni vita è diversa da un’altra…

Ho una formazione da biologo e, come hai ricordato tu prima, ho studiato neuroscienze per cui so bene quanto le dinamiche comportamentali di cui abbiamo parlato potrebbero far sembrare che il nostro cervello si comporti come quello di un animale. Migliaia di anni fa esisteva solo un cervello arcaico che agiva in modo emozionale e istintivo. In seguito, l’evoluzione lo ha reso più complesso aggiungendo grazie alla quale sono state acquisite la parola e la scrittura. 
Nello specifico, quanto è stata importante la parola e come la scriviamo nel rappresentare ciò che proviamo per innescare questo percorso evolutivo?

S: Il cervello è anatomicamente uguale in tutti gli esseri umani ma nessuno lo utilizza nello stesso modo e questo le neuroscienze ben lo spiegano e lo hanno dimostrato.
La parola e il modo di usarla (sia nel contenuto sia nella forma) è quindi il frutto di un lungo processo evolutivo; se migliaia di anni fa le emozioni primarie come la paura o la rabbia erano sufficienti all’uomo per la propria sopravvivenza, con il tempo è stato indispensabile maturarne altre.

Emozioni ed abilità cognitive vanno di pari passo, tanto che oggi è universalmente riconosciuto come sia importante possedere quella che viene definita intelligenza emotiva (o sociale o relazionale per chi vuole definirla in altro modo), una tipologia di intelligenza che fino a poco tempo fa non veniva nemmeno presa in considerazione,   esattamente come non veniva, nella scienza eccelsa per definizione (la medicina), preso in considerazione il valore delle emozioni.


Oggi l’approccio è cambiato, forse non ancora per tutti, ma il nostro compito (visto la passione che condividiamo per tali argomenti) è proprio quello di spingere questa nuova visione di come si debba guardare all’uomo.

Non solo come una macchina perfetta fatta di organi, ma come una complessa struttura in cui interagiscono fra loro organi, emozioni, mediatori chimici, vivenze passate, esperienziali, memorie storiche e personali.



Oltre a fare a Silvana Piatti i miei più sinceri ringraziamenti per aver preso parte a questa intensa chiacchierata, non mi sento di aggiungere altro alle sue parole finali e chiuderei con quest'auspicio: che il prendersi cura della nostra salute rimanga sul piano della complessità di cui lei parla, senza che si cada vittime di eccessive attenzioni per il particolare.

Alla prossima!

Andrea

martedì 16 giugno 2015

News Flash dal mondo della Medicina Narrativa

Due brevi comunicazioni che ritengo molto utili:




1) al seguente link potrete trovare la presentazione di un lavoro che una mia stimata collega, Francesca Memini, ha lanciato di recente come project work del Master in Medicina Narrativa Applicata che sta frequentando presso la Fondazione ISTUD.

http://www.raccontarelasalute.it/2015/06/10/procreazione-medica-assistita-un-progetto-di-medicina-narrativa/

Non sto a spiegare il motivo per cui promuovo un progetto con queste caratteristiche, perché chi mi segue sa bene di che tipologia di lavoro si tratta e i benefici che porta.

L'aspetto che mi sta decisamente a cuore è l'ambito clinico-esperienziale in cui francesca ha scelto di investire il suo tempo per favorire l'emersione del vissuto delel persone.

Avendo studiato per motivi di lavoro personali il mondo della Procreazione Assistita e tutte le sue complessità, mi ha riempito di gioia apprendere che si stesse dando una possibilità concreta alle coppie di raccontare ciò che hanno vissuto quando hanno affrontato questa scelta e le prove cui le ha messe di fronte.





2) seconda notizia riguarda la presentazione avvenuta oggi a Milano, durante un evento dedicato da AboutPharma-HPS al Digital Health, di una piattaforma che vuole essere di aiuto nell'applicazione della Medicina Narrativa: Digital Narrative Medicine

http://digitalnarrativemedicine.com/

Si tratta di un tool che nasce da una linea di pensiero ben precisa che vede nella personalizzazione delle cure uno dei principali obiettivi della medicina di domani.

Dare la possibilità al paziente lo spazio per comunicare un qualsiasi pensiero relativo alla propria situazione patologica e sulla terapia che si riceve, diventa un valore aggiunto per il medico che potrà utilizzarli quando deve costruire o aggiornare il percorso diagnostico-terapeutico e permette di non congestionare il momento della visita aumentandone l'efficacia e l'aderenza alle esigenze dell'assistito.


giovedì 4 giugno 2015

Infermieri: semplici operatori o persone che mettono in gioco la propria umanità?


Cari lettori,

l'ultima conferenza del ciclo Curare e Narrare a cui ho assistito, ha avuto come tema uno scenario che mi ha sempre incuriosito da quando mi occupo di narrazione in ambito salute.

La dimensione dell'assistenza al paziente all'interno delle strutture sanitarie, così come nell'ambito delle cure domiciliari, ha come punto di riferimento la figura dell'infermiere tanto che mi sono sempre chiesto se e quanto le competenze di questi professionisti li mettano nelle condizioni di accogliere le esigenze dei malato e dei suoi familiari.

Quando vidi nel programma la presenza tra gli ospiti della Professoressa Giovanna Artioli, una delle personalità più esperte in Italia sull'argomento, non vedevo l'ora che arrivasse il giorno della sua presentazione.

In un intervento dal titolo "Il nursing fondato sulla narrazione" è riuscita a raggiungere subito il fulcro della questione: il fisiologico quanto estenuante dibattito su quali debbano essere i modelli formativi che devono essere presi come riferimento per la formazione di un infermiere.

Per quanto riguarda l'Italia, sin dagli anni '80 ci si è ispirati ai modelli provenienti da oltreoceano e, solo negli utlimissimi anni, si è innescato un processo di riflessione profonda che ha portato a comprendere come non vi sia un pensiero infermieristico frutto di un confronto costante tra la teoria e la pratica quotidiana ma solo una formazione top-down destinata a rimanere nell'ambito delle scuole.

I due principali paradigmi sono:
  • POSITIVISTA = fondato sulla solidità scientifica delle osservazioni, si avvale si strumenti validati statisticamente e vanta una capacità concreta di problem solving. Come per gli studi clinici, i risultati su cui si basano le proposte operative sono rilevanti, ma non rappresentativi per la collettività (che è eterogenea per sua natura). I reali benefici che derivano dalla sua attuazione finiscono per essere tali solo per un gruppo ristretto di persone;
  • FENOMENOLOGICO = ha come valori di riferimento l'attenzione alla soggettività di tutti gli individui coinvolti nel percorso assistenziale, promuove la valorizzazione delle risorse interiori di ciascuno e, attraverso le stesse, l'interpretazione della realtà attraverso le dinamiche di relazione. Includere la complessità dell'essere umano per delineare il percorso assistenziale non permette di saperne prima la direzione e porta ad avere più attenzione verso il paziente. 
Dopo anni di discussione, si è arrivati a concludere che: (a) i modelli sino ad ora proposti sono scarsamente applicabili, (b) è necessaria una loro profonda revisione e (c) l'elemento da cui deve partire questa ricostruzione è un qualcosa di molto profondo, l'idea di uomo che ciascuno di noi ha.

Trattandosi di un concetto molto personale e, nello stesso tempo, del parametro principale che influenza il nostro agire, è un aspetto che merita un attenta valutazione da parte di ogni individuo che approcci un mestiere tanto complesso e delicato come quello dell'infermiere poiché si troverà costantemente a dover interagire con altri esseri umani.

Il non poter prescindere, quindi, dalla visione dell'uomo come "essere di relazione" è diventato il principio guida per la costruzione del modello infermieristico di domani. Al suo interno, non possono che confluire delle dinamiche di tipo narrativo poiché il racconto è una delle principali vie di innesco e consolidamento dell'interazione tra le persone.

Le palesi difficoltà di ricondurre i risultati e le scelte operative fatte nella pratica alle ipotesi formulate durante i percorsi formativi sta confermando come queste ultime abbiano bisogno di un riallineamento che porti verso un agire orientato al paziente.

L'eccessiva attenzione alla problematica clinica che esso manifesta, come già riscontrato per i medici, ha come esito uno svuotamento del rapporto paziente-infermiere dalla componente emotiva alla consapevolezza di ogni aspetto che riguarda le dinamiche che li portano a dover interagire.

Arrivare a risolvere il problema biologico in senso stretto, non è sempre garanzia del fatto che si abbia la meglio sul quadro complessivo di malattia. In quest'ultimo non è solo il corpo del malato ad essere coinvolto, ma la persona nella sua interezza, i parenti e qualunque altro soggetto che abbia preso parte al percorso diagnostico-terapeutico.

Con quest'ultima considerazione includo anche tutte le professionalità sanitarie che sono coinvolte nella cura, le quali non devono cadere nel tranello dell'autoreferenzialità o di un eccessivo distacco dalla vicenda del paziente.

Egli non deve essere lasciato privo di ruolo quando è il suo proprio corpo a dover essere trattato né i familiari devono essere messi alla finestra o autoescludersi perché le alterne vicende del loro caro possono avere delle conseguenze anche su di loro.

In buona sostanza, quella che dev'essere cercata è una maggiore integrazione tra i vari attori che prendono parte alla cura e, tra questi, i sanitari dovrebbero fare il primo passo sviluppando competenze di tipo tecnico, di tipo relazionale e di tipo educativo (in quanto è sotto gli occhi di tutti il gap nell'aderenza alla terapia di mantenimento o alle indicazioni sullo stile di vita dopo la dimmissione dall'ospedale).

Lato tecnico a parte, specialmente per gli infermieri che sono un po' il filo diretto di comunicazione, il riferimento a livello di presenza fisica e di accoglienza delle difficoltà emotive, le competenze relazionali ed educative possono avvalersi di 5 strumenti:
  • AGENDA DEL PAZIENTE = scrittura di un diario da condurre insieme al paziente, con l'obiettivo di far emergere sentimenti, le idee che ha della malattia e le sue aspettative/desideri;
  • AUTOBIOGRAFIA = tutto ciò che viene condiviso in modo verbale sia dal paziente sia dai familiari. Spesso si riferisce alle vicende di vita quotidiana antecedenti al manifestarsi del problema di salute che ha costituito, di fatto, un momento di rottura;
  • NARRAZIONE = capacità di accogliere il racconto del paziente o del familiare per poi       utilizzarne i contenuti emotivi e pratici come leve per migliorare le dinamiche relazionali durante la cura e la percezione complessiva di tutta questa fase dopo il termine del trattamento; 
  • ATTIVITA' DI COUNSELING = necessità di acquisire da parte dell'operatore di tre qualità che sono la capacità di ascolto attivo (in grado di proporre novità o accogliere bisogni), avere un approccio empatico e l'attenzione a rimanere sempre in relazione con l'altro; 
  • EMPLOTMENT TERAPEUTICO = dinamica che prevede la collaborazione con il paziente per creare la trama di una storia che con altri scenari e personaggi rappresenti la vicenda di malattia. Permette di dare un senso a ciò che sta vivendo come dramma trasformandolo in una situazione di cui è cosciente e padrone. 
Le storie che nascono possono diventare anche dei momenti di riflessione e crescita per chi ascolta.
Contenuto ed emozioni sono una formula magica che innesca azioni concrete di miglioramento, capacità di regire con tempestività alle emergenze, è una delle principali fonti di gratificazione nonché efficacissimo antidoto per il burn-out. 

In una sola espressione, il NURSING NARRATIVO vuole essere una sintesi di quanto si è appreso dall'esperienza sul campo in modo che questa possa essere affiancata alle conoscenze metodologiche attuali.

Per le sue caratteristiche è l'approccio ideale che l'operatore deve avere nelle fasi di routine come l'accertamento infermieristico e l'educazione terapeutica, altri scenari sarà il futuro a dirci quali saranno.

Il messaggio chiaro ancora una volta è il ruolo chiave che ha il lato narrativo delle cure e il suo potere tanto terapeutico quanto educativo. 

A presto,

Andrea 

giovedì 28 maggio 2015

Davide Zaccagnini "Moving boxes" : le riflessioni che fanno bene alla medicina

Le nuove tecnologie che curano la medicina

Davide Zaccagnini
Moving boxes
L’asino d’oro, 2015
Pp 160, Euro 12.00
In questo libro un giovane chirurgo riflette in modo problematico sulla sua stessa professione.

Data la mancanza di regole certe, riflette il protagonista, chi si occupa di malattia è impegnato da più di cinquemila anni a catalogare, descrivere, documentare lo stato di salute dei pazienti, e le mille presentazioni di ogni stato patologico. I pazienti reali non sono mai identici ai casi pubblicati, le generalizzazioni sono ambigue, il lavoro clinico resta incerto e variabile.

Accanto alla storia del progetto, alle tensioni professionali del protagonista e a rapidi sguardi sulla sua vita personale vi sono momenti di onesta e dolorosa riflessione sulla paura e le insicurezze del mestiere, sulla sofferenza della morte e, soprattutto, sulla impreparazione ad affrontarla che accomuna medicipazienti e familiari.


Dalla recensione di Maria Arcà del 28 Aprile 2015 su Galileo.net 

lunedì 4 maggio 2015

Le evidenze scientifiche e l'approccio narrativo possono lavorare unite per un unico fine: l'alleanza terapeutica


Sono passate alcune settimane di troppo, lo so, dall’ultima volta che ho scritto un post e devo dire che ho patito anch’io di non essere riuscito per un mese a scrivere qui, nell’ambiente in cui mi sento più tranquillo…e mi dispiace che sia accaduto proprio ora che avevo in testa di parlarvi di molte cose nuove!

Partecipare alla presentazione di un libro che parla di salute (oggetto del post precedente) è stato solo una piccola parte degli stimoli che sto ricevendo in quest’ultimo periodo, ma mi rendo conto, solo dopo questo stop, quanto il tentativo di dare loro forma e collocazione nella pratica abbia preso il sopravvento e giocato un brutto scherzo al mio già misero piano editoriale!

Preamboli a parte, ora ho voglia di tornare a essere concreto e produttivo, per cui oggi riprenderò dalle solide certezze portando avanti la “cronaca” dalla rassegna Curare e Narrare che sto seguendo in questi mesi. 

Ciò di cui vi parlerò, è la conferenza tenuta da Lucia Zannini su quello che è un aspetto spesso trascurato dell’evoluzione della conoscenza medica: il fatto che essa stessa si costruisca e riproduca attraverso dinamiche narrative.

Pedagogista e dottore di ricerca in metodologie di formazione del personale medico e infermieristico, la relatrice si è sempre occupata di formazione all’interno di diversi percorsi istituiti dall’Università di Milano Bicocca prima e dell’Università degli Studi di Milano poi.

Attraverso un intervento dal titolo “La struttura Narrativa della conoscenza medica: dalle provocazioni di Kathryn Montgomery Hunter all’integrazione tra Medicina Narrativa e Medicina basata sulle Evidenze” ci ha condotto attraverso una riflessione profonda sui due approcci e sul loro essere, solo in parte, antitetici.

Quest’ultima ipotesi, non vuole assolutamente negare che le due letture della cura siano semanticamente distinte o abbiano radici diverse (umanesimo vs scienza), ma proporre un’ipotesi di scenario in cui confluiscano entrambe nel percorso di naturale crescita della medicina.

Quella appena illustrata è la visione proposta dalla Hunter già nel lontano 1991 con il suo testo Doctor’s stories: the narrative structure of medical knowledge. Secondo lei, la realtà che medici e pazienti quotidianamente vivono è fatta di momenti che ben si conoscono, ma di cui, a suo parere, alcune importanti sfumature di tipo dichiaratamente narrativo sono tralasciate o ignorate del tutto:
·  ANAMNESI = oltre ad essere il momento in cui medico e paziente entrano fisicamente in contatto e il primo cerca di capire quale sia problema di salute, si tratta di una fase di confronto con la persona che sta dietro il corpo e i sintomi che presenta.                                                             Quando il clinico riesce a mettere a fuoco quest’aspetto, sarà in grado di portare avanti un’indagine su più livelli. Raccogliendo dettagli sulla storia e le abitudini di vita di chi ha di fronte gli sarà possibile delineare meglio il contesto in cui gli aspetti clinici hanno preso forma;

·  DIAGNOSI = essendo la tappa del percorso di cura in cui si cerca di definire la condizione di salute/malattia e si prospettano vari approcci terapeutici, il medico è solito far riferimento alle casistiche sperimentali e alle statistiche descrittive che ne derivano.                                             Se ha sviluppato la capacità di ascoltare potrà usufruire di un bagaglio di conoscenze da unire nella pratica giornaliera alle proprie conoscenze teoriche in modo che le ipotesi cliniche formulate siano comprensibili e scientificamente solide. Si verrà così a creare un sodalizio con i suoi assistiti che porterà solo buoni frutti;

·  CONFRONTO TRA COLLEGHI = come in ogni ambito lavorativo, ci sono svariate circostanze in cui anche i medici possono avere la possibilità di discutere sulla propria attività quotidiana. Dalla richiesta contingente di un secondo parere al classico momento di pausa, non è sempre certo che il dialogo arrivi ad affrontare in modo profondo ciò che ciascuno vive in ambulatorio.                         Riuscire, invece, a far confluire i tanti dettagli rilevati ascoltando le storie di migliaia di pazienti, consente l’acquisizione di un patrimonio di conoscenze dal punto di vista clinico, umano e ambientale decisamente rilevante. Oltre a divenire occasioni di crescita professionale per i singoli possono essere anche letti come dinamiche di naturale evoluzione per la conoscenza medica generale.                       

Il bacino d’informazioni da cui si può attingere nella pratica giornaliera è, indubbiamente, una fonte di spunti istruttivi ben più ampio e circostanziato di quello che i trial clinici riescono a restituire. Fare tesoro delle coloriture e delle sfaccettature esperienziali che ciascun essere umano riferisce è la chiave di volta per affrontare meglio ogni persona che si presenterà dopo. Tanti più particolari si conoscono, più benefici si avranno nella capacità di scegliere gli accertamenti diagnostici, terapie e illustrarli al paziente.

Quando l’attenzione all’uomo e all’applicazione delle nozioni scientifiche sono considerate in modo eguale, l’intero processo di assistenza è realmente in grado di affrontare ogni emergenza e aumentano enormemente le possibilità per la terapia (farmacologica e non) di essere efficace nel raggiungimento dell’obiettivo: la salute della persona.

Come una traccia impercettibile l’impronta emotiva e gli aspetti pratici lasciati dalle storie dei pazienti nella mente del medico saranno il riferimento su cui confluiscono tutte le conoscenze (biologiche, nosografiche, farmacologiche, etc.) contribuendo a consolidare la sua capacità di riflessione e deduzione sulle scelte pratiche da fare.

Volendo fare un esempio di come mettere in pratica un simile approccio, sarebbe opportuno che ogni visita fosse guidata da domande di questo tipo: “Che cosa sta succedendo alla persona che ho davanti?”, “Quali sono i suoi problemi pratici?” e “Come posso mettere al servizio le mie conoscenze al suo servizio?”.

Le nozioni accumulate consentono al clinico di farsi un’idea della situazione di salute del paziente e questo percepisce di essere parte integrante del processo d’indagine che riguarda il suo malessere. Solo così la presenza di una patologia biologica, la scelta della cura potranno essere illustrate senza che siano percepite alla stregua di elementi estranei e l’assistito potrà affrontare il futuro prossimo consapevole della sua “nuova vita”.  

La medicina, infatti, dovrebbe essere vista come un corpo pratico in cui le conoscenze scientifiche confluiscono per il raggiungimento dello scopo finale più che una scienza per definizione. Non esistono al suo interno schemi fissi ma si assiste, più che altro, all’applicazione fluida di una serie di soluzioni con un legame strettissimo alle caratteristiche degli esseri umani che, di volta in volta, ricoprono il ruolo di operatore e paziente.

La realtà, come sappiamo, è però molto diversa. Sono anni che ci s’interroga sulle dimensioni e le cause della mancata aderenza terapeutica, ma se i professionisti sanitari ponessero come priorità del loro operato, come sostiene Rita Charon, “guadagnare l’attenzione, la fiducia, il rispetto e l’afffiliazione del paziente in modo che tutto ciò che lui esprime diventi oggetto di discussione condivisa”, questo dibattito nemmeno esisterebbe.

Se non vi è presa di coscienza di ciò che gli succederà da parte dell’assistito, continueranno a esserci esempi di terapie abbandonate o eseguite in modo sbagliato con tutte le conseguenze dirette e indirette per il suo stato di salute. Non solo non avrà un miglioramento delle sue condizioni, ma il clinico rimarrà vittima di un circolo vizioso in cui è costretto a mettere in continua discussione le sue ipotesi, le sue certezze verranno sempre meno e non riuscirà a capire come arrivare a una cura appropriata.

Esattamente nella direzione volta a trovare una soluzione a questo stallo che si stanno muovendo gli studi degli ultimi anni che sono volti a integrare in un unico metodo di lavoro gli aspetti narrativi e scientifici dell’agire medico.

La proposta si chiama P. A. C. T. (ovvero Problem delineation, Actions, Choices and Targets), è un modello tuttora in validazione il quale inserisce obiettivi e risorse della medicina basata sulle evidenze all’interno di una cornice in cui la pratica clinica ha la dinamica di tipo narrativo descritta dal pensiero della Charon citato prima.   

Secondo lo schema (vedi figura) le quattro componenti che compongono il nome sono le tappe descrittive e di gestione del problema clinico del paziente, in altre parole tutto ciò che appartiene alla relazione tra questi e chi lo ha preso in carico.

Questa sorta di road map beneficia poi del contributo in termini di nozioni e riferimenti che viene dalla competenza scientifica per affrontare aspetti concreti come la terapia, la diagnosi, la prognosi e gli eventuali aspetti critici.

Nello schema, il ruolo della letteratura e del sapere sembra essere subordinato all’aspetto relazionale, ma non lo è in senso d’importanza, il messaggio che si vuol far passare è che ogni aspetto viene preso in esame, discusso e deciso in una dinamica d’incontro tra i punti di vista del paziente e del medico.  

In conclusione, quella poroposta, può essere un buon inizio per sviluppare una comunicazione aperta fra le parti, facilitare la manifestazione delle emozioni piuttosto che dei punti di vista di entrambe affinché si inneschi una riflessione comune e la decisione sulla strategia di cura sia realmente e profondamente condivisa.

Ora che il sentiero sembra tracciato speriamo che si trasformi in una solida certezza!

A presto,

Andrea